

Una volta a casa non ci furono molte parole, ma solo fruscii e mani veloci. Prima sui vestiti poi sulla loro pelle. Era tutto così perfetto, e silenzioso. Silenzi fatti di baci, bocche affamate che cercano e vogliono mordere, mani che trovano, afferrano, stringono, toccano, prima timide poi sempre di più audaci. Valerio giocava con Teresa, e lei si faceva bambola tra le sue braccia. La sua virilità, trovò sempre pronta la calda accoglienza di lei, più volte in quella notte. Il loro piacere si andò amplificando ad ogni amplesso.
Teresa si stiracchiava tra le lenzuola ancora disfatte, dall’altra parte di casa arrivava lo scroscio della doccia. Dentro di se decise che quello, sarebbe diventato l’anno zero della sua nuova vita. Una falce di luna illuminava la fredda notte ed il suo sguardo era perso a fissare l’indefinito, tornando a divagare nei suoi pensieri.
Valerio tornò in camera con una espressione diversa dipinta in viso.
La mattina seguente un caldo sole novembrino nebulizzava l’umidità dell’aria, facendo apparire tutto con uno strano effetto flou. Nel cortile del palazzo in Via Bettoni 4, vicino le sponde del fiume, c’è una certa animosità. Gente che saliva trafelata le scale, altra che attendeva di buon ordine sotto il portone. Perché tanta agitazione? Adesso poi, ora che tutto, proprio tutto è calmo, non c’è proprio più ragione di correre. Nel grande androne c’è il fresco ed il silenzio tipico delle domeniche mattina, le voci di alcune persone fanno eco al ribollire dell’acqua nelle pentole in cucina, e le parole si mescolano nell’aria con l’odore di sugo e di soffritto.
“Marescià, ve lo prendete un caffè?”
“Colonnello casomai, Signora…”
“Allora Maresciallo Colonnello, ve lo prendete o no ‘sto caffè?”
“E prendiamoci questo santo caffè Signora mia!”
A quell’ora tutte le porte del pianerottolo erano chiuse per il pranzo in famiglia, tranne quella della Signora Maria e dell’interno numero sette. Uomini in tute bianche e scarpe sterili, entrano ed escono dall’appartamento con calma misurata e gesti che seguono un rituale già studiato ed in mille altre occasioni eseguito.
“Signora allora, ricapitoliamo. Ha detto che stamattina è uscita presto per andare a prendere il pane, ed ha visto la porta della vicina socchiusa, è così?”
“Si, ma non m’è sembrato strano Commissà, magari stava a fà le pulizie no? E me ne so annata senza daje importanza. Poi c’avevo gente a pranzo, che è er compleanno de mi fija e...er pane me serviva. Poi nun so una che s’impiccia dell'affari dell'artri, Commissà…!”
“Colonnello!!”
“Come dite?”
“Lasci fare…va bene Commissario. Poi quando è tornata, la porta era sempre nella stessa posizione? Giusto?”
“Esatto, poi il resto lo sa. Ho chiamato un par de vorte, nessuno risponneva e so entrata. Ce stava la doccia aperta, un sacco di acqua in terra e l'asciugamani dappertutto. Poi il resto lo sapete, v’ho telefonato io no?”
“Si si, lo so.”
I due parlavano davanti alle porte spalancate tenendo in mano le tazzine del servizio buono della Signora Maria, mentre dentro un sacco veniva portata fuori la vicina.
“E non la conosceva” disse a mezza bocca l’uomo in divisa mentre sorseggiava il caffè, indicando con il mignolo i colleghi che spingevano la barella.
“Nun bene Colonnè, aveva finito er trasloco giusto sabbato e poi, poveraccia! Si solo ce penso!”
La coppia composta dall’ufficiale e la signora, terminò di consumare il caffe ed i pochi spiccioli di conversazione e convenevoli rimasti.
“Signora, la ringrazio per il suo aiuto, la farò convocare in caserma nei prossimi giorni per firmare la sua deposizione. Buona domenica”
Laconico, l’uomo in divisa si accomiata dalla testimone portandosi dentro un'altra domenica ormai dipinta di nero, perché a quelle cose, anche se ne hai viste tante, non ti abitui mai. Imbocca la rampa in discesa, ed incrocia lo sguardo felice di una donna che sale gli scalini due alla volta.
Bella, bionda sì ma un po’ anonima, certo avrà anche un bel culo, ma non basta a farti dimenticare quella stupida domenica.
Teresa aspettava da tempo che il mondo si accorgesse di lei. Era bella certo, ma di una bellezza che non faceva girare le teste per strada. Bionda, ma non di quel biondo esplosivo che irretisce gli uomini e li fa sospirare e fantasticare notti insonni fatte di vino rosso e ginnastica da letto. Per carità, una donna DONNA a tutti gli effetti, ma pur sempre anonima: nel vestire e nell’apparire.
Spesso usciva in compagnia, più frequentemente, sola. Il programma definito era : pizza, cinema e casa, sempre con se stessa.
“Buonasera Miss!” la salutava il tizio alla cassa del cinema con quel sorrisino scemo.
“Due biglietti, sala cinque” prendeva sempre per due “il mio amico mi raggiunge al banco dei pop corn”. Molte volte però il film iniziava, poi finiva, mentre Teresa attendeva ancora il suo amico.
“Aspetti qualcuno?” quella domanda rivolta alla sua attenzione, quella sera, la fece saltare sulla sedia. Presa alla sprovvista non sapeva che dire; balbettava, la bocca si fece improvvisamente asciutta, come la lingua.
“Aspettavo, vorrai dire, ho appena saputo che non arriva più nessuno”
“Posso sedermi?”
“Accomodati pure” da dove le fosse venuta quella frase e tutta quella verve, ancora non lo sapeva. Continuava a chiederselo mentre quel tizio le parlava senza ascoltarlo, persa nei suoi pensieri. Lo vide all’improvviso farsi muto e immediatamente i suoi canali uditivi ripresero a funzionare.
“Come ti chiami?” oddio, quante volte me lo avrà chiesto per avere stampato in faccia quell’espressione da punto interrogativo?
“Teresa, mi chiamo Teresa”
“Io Valerio” beh non male come nome “Che ne dici se ci vediamo almeno il secondo tempo?”
Insieme entrarono nella sala buia ed umida dei respiri dei presenti, insieme si sedettero occupando le comode poltrone da multisala americano, e sempre insieme consumarono i popcorn, che quella sera a Teresa sembrarono meno salati.
Valerio di tanto in tanto le si avvicinava, qualche parola all’orecchio sussurrata, a volte soffiata che le facevano correre i brividi lungo tutta la schiena e iniziavano anche a scuotere il suo intimo.
Fine del film si trovarono in auto, una corsa veloce nella notte di Roma, li portò tra i vicoli di Trastevere mano nella mano. Camminavano e parlavano, dalla sempreviva piazza Trilussa a Castel Sant’Angelo. Si sentiva bellissima ed unica, quella sera, Roma era tutta per lei. Fermi al centro di Ponte Sant’Angelo, immersi tra la folla, per ammirare in lontananza la sagoma della grande cupola illuminata davanti a loro. Valerio le si faceva sempre più stretto, fino a che si baciarono. Un bacio vero, serio, labbra su labbra, lingue che saltano e danzano per cercarsi e trovarsi. Sapori che iniziano a mescolarsi senza appartenere più a nessuno: la sigaretta appena fumata, il caffè bevuto da poco, dopobarba e profumo.
“Andiamo da me” riesce a dire Teresa, staccandosi dalle sue labbra e dal suo respiro. Il cuore in petto eseguiva un assolo di batteria dei Sepultura, ed un fremito le correva su per le gambe esplodendole nel basso ventre, tanto da rendere elettriche le punte dei capelli. Loro due, qualcosa stava nascendo, lo sentiva da come si stringevano le mani, da come i loro passi andavano in sincrono, da come le loro gambe segnavano a compasso la distanza che li divideva da quel ponte nel cuore di Roma, al letto di camera sua.

