

Esco dal cappello a cilindro di una mosca vestita a festa, ed io listata a lutto
pronta per il galà.
Cimici e parenti tutti in fila, ognuno con una pirofila argentata per partecipare al buffet della serata, ricco più che mai.
Un geco in tenuta adamitica si avvicina e mi lecca dietro l’orecchio
“Porta bene” mi dice.
“E’ usanza” gli faccio io.
Rovesciandogli spumante di poco conto negli stivali.
Vedo la mia amica mosca ronzare con vivo interesse intorno ad una merda di venti chili appena arrivata alla festa.
Lo so, come compagna non è il massimo, ma racconta delle barzellette molto divertenti.
Mi sciallo un po’ e riesco a fare amicizia con il barista che mi allunga qualche drink a costo zero.
Devo aver fatto ingelosire qualcuno. Due marmotte inviperite mi stanno guardando storto da un po’, e non credo quella sia la loro postura naturale.
Mi sgancio dal bancone.
Detto fatto, raggiungo la zona cibo e mi faccio un piatto.
Li c’è tutto : creta, acqua, smalto, qualche pennello per la decorazione
ed il forno per la ceramica.
Chi ha fretta usa quelli di plastica.
Io no, il cibo è un piacere da gustare Slow.
Ma la fila per il forno è lunga e mi servo con le mani.
“Giù le zampe! Molla l’osso!”
Inveisce contro di me un Pincher nano.
Feroce solo come i piccoli sanno essere.
“Non ti hanno insegnato come si mangia?” mi rimprovera.
Ripenso agli insegnamenti di mia madre. Ma non mi viene in mente, assolutamente nulla.
Continuo quindi a cibarmi con le dita.
Il nanetto peloso era ancora più incazzato, sembra punto da una vespa.
Forse quella che smarmitta dietro di lui, sulla quale salgo io per abbandonare quel posto, improvvisamente diventato così banale.

Ho conosciuto Juana una mattina alla fermata del bus.
Io ero in ritardo. Anche lei, a modo suo. Ero incazzato perché un'altra assenza al lavoro avrebbe provocato il mio licenziamento senza alcuna attenuante. Lei si accorse della mia preoccupazione avvicinandosi a me.
“Tu che fai per vivere?” le chiesi fissando l’orologio della fermata.
“Batto” rispose con la stessa naturalezza con la quale un bambino ti dice quanti anni ha.
Rimasi ancora un paio di minuti ad aspettare il bus, poi Juana mi portò via con se.
Arrivammo a casa sua. Una camera e cucina con balconcino vista cortile interno. Era lercio, pieno di sacchi della spazzatura, materassi sventrati, cacche di cane ed un vecchio su una sedia di formica a leggere il giornale.
“Se vuoi un caffè, trovi tutto in cucina. Vado a farmi una doccia.” Rovistai nella credenza trovando dei test di gravidanza scaduti e mai usati, buoni sconto del supermercato, foto della sua famiglia e qualche lettera della madre. Ne presi una a caso.
Sbirciare nelle povere vite degli altri, fa sembrare meno insulsa la mia.
-Ciao cara, come va la vita li in città? Il lavoro nel tuo ufficio procede bene? Mi fa piacere ricevere i tuoi soldi di tanto in tanto. Sicura che a te bastano per vivere? Comunque ho finalmente comprato quella bicicletta per tuo fratello. Ti salutiamo tutti e speriamo di poterti rivedere presto.-
“Ti fai sempre i cazzi degli altri vero?” era uscita dal bagno. Mi fissava con l’accappatoio aperto e l’asciugamano in testa. Vista senza trucco e senza tacchi, era diventata improvvisamente una come tante.
“Si, quando non trovo il caffè mi girano. Perché, problemi?” gettai in terra le sue poche cose. Mi aveva preso alla sprovvista e non volevo mostrarmi vulnerabile.
“Fa come vuoi. Il caffè sta proprio là, davanti a te. Fallo, lo voglio anche io”.
Sparì dandomi le spalle per andare in camera sua seminando lungo la strada l’accappatoio e il resto.
Misi la caffettiera sul fuoco e la raggiunsi.
Era sul letto. Nuda, nera e distesa. Con le cosce oscenamente aperte.
“Ti piace tanto guardare nelle cose degli altri?” non risposi. Ero in piedi davanti a lei.
“Non preferisci fare?” non era nemmeno bella. Le cosce grasse, la pancia molle e le tette che le cedevano sul fianco. Il mio uccello si ritrasse tra le pieghe dei vestiti.
Una volta ho scopato con una donna grassa. Aveva una bella bocca, mani stupende ed un viso da favola. Ma scompariva tutto dietro al suo grosso culo bianco.
“E’ pronto il caffè” chiusi la porta e non la vidi più.
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Era una di quelle sere in cui non sai dove vuoi andare e non hai voglia di stare a casa. E allora esci.
Portai con me il mio poco convinto cane, tanto per avere un po’ di compagnia.
La città era deserta, certo alle tre di notte non è che possa pullulare. La gente normale viaggia nel mondo dei sogni già da qualche ora, gli schizzati come me stanno in giro a far pisciare controvoglia un cane prostatico. Porto sempre con me anche una busta, non si sa mai volesse fare qualcos’altro.
Giro tra i viali alberati e le puttane del centro di Milano. Quello che mi è sempre piaciuto di questa città, è che se hai una buona idea imprenditoriale trovi i mezzi per metterla in opera.
Anche se vuoi fare la battona.
Sarà per questo che ci sono così tanti viali qui?
Boh, chiederò al sindaco.
Mi sa che Fido si è stufato di camminare, sono dieci minuti che me lo sto trascinando come un arbre magique scarico. E’ solo che non ho proprio voglia di tornare a casa.
Il quadrupede si ringalluzzisce quando sente nell’aria la puzza di wurstel bruciato e senape della peggiore qualità. Ora è lui che trascina me in direzione di un lercio chiosco fabbrica panini, con tanto di cuoco egiziano.
Ora sono io a sembrare un arbre magique, mentre tento ti tenere il passo che quel pulcioso quattrozampe mi impone.
- Salve amico, cosa ti faccio? - mi chiede Said dall’alto del suo bancone elettrico. Visto da qui, con quel neon che lo irradia di luce fluorescente, appare come la divinità del panino imbottito.
Quale sarebbe il suo omologo nella politeistica moderna? Forse “Osiride Ketchup” o “Anubi Kebab”, la seconda mi piace di più.
- Per me nulla, altrimenti mi disturba il sonno. Ma per lui ne fai uno doppio - dissi indicando quel coso al guinzaglio che mi porto dietro.
Osiride mi guarda e non sa se, produrre il panino oppure manganellarmi con una birra doppio malto. Capisco il suo sconcerto, ma non lo condivido, alla fine siamo sempre due clienti affamati no? Prima che si focalizzi sul mio pestaggio al doppio malto, mi sbrigo ad ordinare.
- Uno cotoletta e spinaci ed uno cotoletta, e tutto quello che hai. Più una birra –per me, ma non lo dico a Re Cotoletta.
Questa nuova ordinazione lo rassicura, facendolo tornare a spadellare con divina felicità. Raccolgo tutto e pago, ma non ringrazio.
Mr. “mi lecco il culo” ed io ci dirigiamo al parco per consumare lo spuntino notturno. Guadagniamo una panchina. Mi siedo in terra e lui sul legno lercio. Gli dò il sacchetto con i panini ed apro la mia birra.
Il porco grufolante si mangia quell’abominio imbottito, facendo fuori anche la busta. Io sorseggio la birra. Nel cespuglio qui dietro stanno scopando selvaggiamente. Cerco di capire se fa più casino il cane che mangia, o la puttana bucolica con il suo amico.
Raggiungo la pace mentale decretando un salomonico pareggio tra i due rumoreggianti.
Fufy finisce di ingozzarsi ed appoggia il suo muso sbavato sulla testa, un gesto di affetto. Sto ancora bevendo quel birrino e prima di scolarmelo gliene passo un po’. Adora la birra dopo la cotoletta. E’ salata e gli fa venire sete.
Anche il cespuglio smette di scopare. Il nordafricano che si stava sbattendo la slava, esce dal cespuglio e si mette a pisciare giusto un metro da me.
Ha l’arnese in mano e prendo coscienza della falsità di certe leggende metropolitane : quasi si piscia sulle ginocchia.
Finisce, grulla e se ne va. La slava, anche lei, esce dal cespuglio con le mutande ancora a mezz’asta sulle sue gambe. Mi lancia un occhiata di invito per accomodarmi tra le verdi fronde e le sue cosce calde.
Ricambio il suo sguardo ma le dico – La ringrazio, ma ho smesso. Ormai faccio da solo. –
Si gira schifata finendo di tirarsi su le mutande e se ne va. Avrà pensato che sono matto, o onanista, oppure differenti e plausibili varianti della combinazione.
Il rivolo di piscio del tizio si avvicina ai miei piedi. Prima di invadermi sommerge una fila di formiche che passava di la. Scioccato da quella scena così crudele, mi carico di coraggio e torno sui miei passi.
Quella bestia del mio cane giallo corre per strada ormai libero dalla mia presa, io lo seguo a distanza. Passo davanti al chiosco di Osiride che continua a fabbricare panini e distribuire birra ad insonni incontinenti.
Come si pone con il fatto di maneggiare carne di porco ed alcool?
Ah ma lui è il suo Dio, dimenticavo.
Tra gli alberi del viale ritrovo la puttana del cespuglio che mi riconosce e mi sputa addosso tutto il suo catarroso disprezzo. Mi manca, ma io la prendo in pieno con la mia doppiomalto da combattimento, aprendole un angelico sorriso in fronte. Il mio ringraziamento alla sua offerta di compagnia.
Qualche metro più avanti trovo i miei due mezzi cani sulla corsia del tram. Si vede anche il panino di Dio, deve aver mangiato con gusto quella schifezza imbottita.
Butto la busta raccogliescrementi su quello scempio di mezza bestia. Abbasso la testa sbavata in cenno di saluto.
Stasera torno a casa da solo. Domani si vedrà.
Vi ho mai parlato della mia ruspa gialla?
Di quella che una ventina d’anni fa mio padre mi regalò tornando da un suo viaggio.
Gialla me e rossa a mio fratello, così, per non farci litigare anche per quella piccola cosa.Eravamo molto turbolenti da piccoli.
Si, la mia ruspa gialla, la stessa con la quale mi presentai al primo appuntamento con Gabriella.“Ci fai? O sei forse scemo?” mi disse, me lo ricordo ancora.
La ruspa gialla. La ruspa gialla che mia madre trovò in spiaggia sotto un sacchetto di spazzatura.Perché mia madre rovistava la spazzatura?
“Guarda che ti regala mamma! Una ruspa gialla. Non me l’avevi mica chiesta per Natale no?” mi disse tutta orgogliosa della sua sensazionale scoperta e fiera di aver appena compiuto il dovere di madre.
“No mamma, quella era un'altra cosa, e poi siamo ad Agosto.” dissi io.
Con quella cosa gialla ci feci un altro paio di imprese, tipo barattarla con un pacchetto di sigarette in quinta elementare per poi riprendermela dopo una rissa con lo stesso tizio.
Poi, a pensarci bene, che gli serve una ruspa ad un bambino? Stimolarlo a diventare un muratore? Un messaggio subliminale su una possibile carriera futura?
“Diventa muratore o fabbro o idraulico” mi dicevano “che imparare un mestiere è sempre utile”.
Rimasi tutto il pomeriggio con la ruspa gialla per capire quale motivo aveva spinto mio padre a pagare cinquemila lire per quel modellino.
Entrai in salotto con la ruspa in mano.
Guardò prima quella cosa, poi la mia mano, poi l’intero me.
Papà guardava la televisione sul divano. Mamma no.
“Perché me l’hai comprata” dissi io.
“Cosa” disse lui.
“Questa” dissi io.
Me, mano, ruspa, i suoi occhi.
“Non ricordo” disse lui.
Agli occhi di qualcun altro, lo riconosco, passerebbe inosservata, ma non potrebbe essere altrimenti. Erano anni che non mi capitava tra le mani, me ne ero addirittura dimenticato e per andarla a riprendere ho dovuto faticare non poco, non era nell’ultimo posto in cui l’avevo vista. Eppure quante volte me la sono ritrovata tra i piedi, tutti i traslochi che ho fatto credendo di averla persa poi, scatolone dopo scatolone, eccola li che torna ad emergere dalle carte appallottolate per proteggere : i vasi di mia madre - primo trasloco - le porcellane di Elisa - secondo trasloco - i bicchieri del servizio buono di Laura - terzo trasloco; sembrava ci fosse un filo che ci unisse.Il primo giorno che arrivò nella mia vita, avrò avuto forse sei o sette anni, ero con mio fratello e mia madre all’aeroporto mentre aspettavamo che papà scendesse dall’aereo. Lui ci portava sempre qualcosa dopo ogni viaggio.
- Tenete, uno per ciascuno, così non litigate - eravamo abbastanza esuberanti in quegli anni. In quell’istante, la nostra prima volta, tra le mani avevo solo un oggetto vuoto e non sapevamo cosa saremmo diventati l’uno per l’altra. In tutti questi anni, molte altre cose si sono avvicendate nella mia vita: ho cambiato un paio di macchine, girato due tre case, cambiato un paio di città. Ma ogni volta che torno alla base, e per base intendo casa dei miei, ecco che la ritrovo sempre li. Il solo tocco mi fa sentire risucchiato nel passato, tipo i flashback dei film di Steven Spielberg, con tanto di fumo e luci forti. D’un tratto sono sul pavimento del soggiorno con i marmittoni bianchi e neri insieme a mio fratello, litigando se fosse più bella la mia gialla o la sua rossa. Ovviamente ognuno parteggiava per la propria, mai avrei ceduto in quella disputa, e mai gli dirò che la sua, un filino di più mi piaceva. Era con me nei pomeriggi di studio sulla scrivania, tra la lampada al neon, lo stereo e i libri di matematica quando numeri e teoremi erano ovunque, tranne che nella mia testa. Sul comodino vicino al letto mentre, Elisa ed io ci scoprivamo insieme. Nell’armadio, mentre sceglievo la cravatta migliore per fare una buona impressione al padre di Laura. Poi a casa nostra dove per un po’ ha coabitato con fiori di porcellana e cornici d’argento, per finire nelle retrovie facendo perdere traccia di se. Fece nuovamente sua comparsa solo qualche anno dopo, tra le prime cose che Laura mi tirò dietro quando scoprì quella mia amicizia con Ginevra. Non smetterò mai di ringraziare Ginevra per avermela fatta ritrovare sana e salva. Meno male che mio padre è sempre stato un tipo previdente e l’ha presa indistruttibile. Adesso la vernice si è un po’ tolta, e le ammaccature qua e la si vedono, il tempo lascia dei segni furiosi sulle persone, figuriamoci su un modellino di ruspa da cantiere comprato al duty free di un aeroporto.

