
La serata ormai era persa, incanalata sui binari della banalità. La scema che le avevano presentato non riusciva a trovare altri argomenti se non quelli dei suoi giornali da parrucchiera.
“Ti piace leggere?” le aveva chiesto, cercando di aprire uno spiraglio di conversazione con quella donna. “Moltissimo, soprattutto romanzi rosa” squittisce lei.
Le era venuta una voglia improvvisa di vomitarle addosso. Tra i vari istinti che ha dovuto sopprimere c’è stato quello di fracassare la sua testolina contro la parete, per scoprire quanto di quel rosa le fosse rimasto dentro. Ma erano in un locale pubblico e sarebbe stato imbarazzante. Finita la cena si liberò presto di quella nullità inventandole una scusa banale. “Ho una calza smagliata. Capiscimi, non mi piace essere in disordine” l’altra fu molto comprensiva e non aggiunse altro, si salutarono.
Ritornando a casa incrociò sul ciglio della strada due occhi lucenti. Quelli di un cane, forse abbandonato. Intenerita da quella apparizione, fermò l’auto. Aprì lo sportello ed il piccolo saltò dentro, direttamente sul sedile al suo fianco. Un muto sguardo di intensa tra di loro saldò quell'unione. Fido si acciambellò crollando in un sonno profondo, ed era anche visibilmente denutrito. Arrivati a casa lo lasciò libero di familiarizzare con il suo appartamento. Osservare quell’esserino zampettare e sporcare il pavimentato, le fece l’effetto di un tumore allo stomaco. Il giorno seguente avrebbe avuto visite, ed il disordine non le andava a genio. Gli fece subito un bagno e lo sfamò con una ciotola di avanzi. Come cuccia gli diede un vecchio plaid, ricordo di sua nonna. La madre aveva insistito molto perchè l’avesse come suo ricordo. A lei però aveva sempre fatto un po’ schifo, perché trovarono sua nonna morta con quel plaid addosso. “Magari piace a questo bastardino, che un po’ le somiglia” pensò lei. Tornò in camera chiudendolo nel salotto, poi si addormentò.
Il mattino seguente notò che la pipì del cane aveva inzuppato un suo prezioso tappeto in salone. In quel momento le venne in mente quanto le aveva detto un suo ex, istruttore di cani : “Per inculcare l’educazione ai cani, è necessario punirli. Così associano il dolore alle azioni sbagliate che lo hanno causato, al fine di non ripeterle”. “Bella filosofia” pensò lei “Succedesse così anche per le persone”.
Prese delicatamente il bastardo per la collottola avvicinando il muso al suo piscio, sussurrandogli “No piccolo, non si fa la pipì sul tappeto” per sottolineare quella lezione gli diede un buffetto sul naso, e con un morso gli strappò un pezzo di orecchio.
La povera bestia guaiva dal dolore. Provò a morderla, ma un calcio nelle costole lo fece svenire e desistere dall’intento. Ancora svenuto lo trascinò sul balcone legandolo alla ringhiera. Faceva decisamente freddo fuori. “Poco male” pensò lei, “la ferita si sarebbe rimarginata più rapidamente”.
Il tempo di pulire il danno fatto dal cane, poi uscì per organizzare la sua serata.
(continua...)
L’ha vista uscire di casa con quelle scarpe nuove. La osserva dalla finestra della cucina.
Il rumore dei tacchi sul selciato è appena accennato, eppure riesce a distinguerlo nettamente.
“Sono molto belle” disse lui quando lei gliele mostrò la prima volta.
“Si, ma anche scomode, non credo le userò mai.” disse lei.
Erano di quelle con il tacco alto. Nere, con le suole rosse.
“No, sono oggettivamente belle ti dico” disse lui prendendone una tra le mani.
Quando lei si girò un attimo, fece come il verso di provarsele, avvicinandola al suo piede.
Intanto è arrivata sulla strada principale, con il traffico del lunedì mattina.
“Si, sono belle. Ma ti ripeto, non credo le userò. Magari in qualche occasione importante tipo, una cena o un colloquio di lavoro.” e le rimise nuovamente nella scatola, separandole con la velina color carta da zucchero.
Quelle stesse scarpe, se lo ricorda ancora molto bene, le indossava anche la donna con la quale era uscito qualche sera addietro. Le aveva tenute anche mentre facevano l’amore in quel motel sull’autostrada. Lo aveva solo sentito tornare tardi a casa. Da una cena di lavoro, gli disse lui, anche un po’ ubriaco. Quando la raggiunse a letto aveva addosso. Netto, il profumo di un'altra donna. Ma non gli chiese nulla.
“Le mie colleghe, sai come sono” disse lui quasi per scusarsi, la mattina successiva.
“Si, si” rispose lei.
Ha già raggiunto la fine della strada, ed è quasi sparita tra la gente.
Lui riusciva ancora a distinguere le suole rosse delle sue scarpe.
Dormo, ma li sento litigare, e mancano cinque giorni a Natale. Credo abbiano iniziato più o meno un mese fa, quando ho detto a mamma che regalo avrei voluto.
“Vedrai, presto ti arriverà un regalo bellissimo” mi disse.
Un cagnolino tutto per me. Pensai subito. Il mio desiderio più grande! Ma come faceva a saperlo mamma? Non glielo avevo mica detto che mi sarebbe piaciuto tanto un cagnolino. Ma non uno piccolo, come quello della mamma di Carlo. Una volta, mi aveva raccontato Carlo, se l’erano portato al ristorante, gli era scappato e non riuscivano più a trovarlo. Io no. Io volevo un cane grande come quello dello zio. Un cane tutto nero che mi potesse difendere quando qualcuno voleva fare del male a me, a mamma e papà.
Era sempre felice mamma, ed anche papà.
“Sarai contentissimo quando arriverà” me lo diceva quasi tutti i giorni. Uscivano spesso la sera. Con me rimaneva la signora Luisa, che si addormentava sul divano, ed io potevo vedere la televisione fino a tardi. Una volta papà e mamma rientrarono e mi trovarono sul divano a guardare Cenerentola. La signora Luisa dormiva talmente bene che la lasciammo li fino alla mattina successiva. Me lo ricordo ancora. Ci veniva da ridere, e lo facevamo piano per non svegliarla.
Da qualche tempo però non ridiamo più insieme. Loro gridano sempre, io faccio finta di non sentirli. Però li sento. Grida papà, poi anche mamma che si mette a piangere.
Stanno litigano anche adesso.
“E’ anche colpa tua se non arriverà” urla mamma.
“Non è stata solo una mia decisione, e lo sai bene” risponde lui.
Ecco, lo sapevo, litigano per causa mia. Per il mio cane.
“Papà, mamma. Me ne occuperò io del cane, non vi preoccupate” avrei voluto dirgli per farli smettere.
“Non ci sarebbe stato posto, lo capisci?” grida più forte papà.
Forse ha ragione lui. La casa è così piccola e le pareti così sottili. Magari il cane avrebbe dato fastidio a papà, che fa il turno di notte e la mattina vuole riposare.
“Ce l’avremmo fatta lo stesso” gli risponde mamma. Lo fa perché anche a lei piace l’idea di avere un cane. Ma continuano a gridare e sbattere i pugni sul tavolo. Basta, ora mi alzo e dico la mia. Esco dal letto, fa tanto freddo, ed entro in cucina. Apro la porta. Mamma è su una sedia di formica, vicino al tavolo. Il trucco sciolto, nero come i suoi capelli, sciolti anche loro che ricadono sulle sue spalle. Tiene le mani chiuse ed unite sulle ginocchia. Ha le nocche bianche. Papà ha la testa appoggiata al frigorifero, le guance rosse. I pugni stretti nelle tasche dei pantaloni. I loro occhi adesso sono addosso a me.
“Sentite io…se è per il mio cane che state litigando. Mi posso accontentare di una scatola di costruzioni”
Mamma si prende la faccia tra le mani ed inizia a piangere, papà anche.
Avrei avuto il mio regalo per natale?




Ho icontrato Earl in un occasione felice per entrambi. Il funerale della sua ex moglie, che si svolgeva nello stesso giorno di quello della mia ex amante, trattandosi della stessa persona. Una volta gettata l’ultima palata di terra umida su quella cassa da tremila dollari, Earl mi disse con gli occhi lucidi "Il miglior investimento di tutta la mia vita".
Decidemmo di proseguire i nostri festeggiamenti congiunti in un bordello di Las Vegas, a circa cinquemila chilometri dal feretro.
"Eppure era una gran donna" disse Earl, visibilmente toccato dall’evento, mentre sorseggiava il suo Manhattan comodamente seduto sulla poltrona business class dell’aereo che stava sorvolando in quel momento il deserto del Nevada.
"Già, una gran donna" mi sentì in dovere di aggiungere.
"Peccato che per causa sua siamo rimasti lontani per parecchi anni" continuai.
"Certo, ti scopavi mia moglie" disse lui serafico.
"Beh, tecnicamente eravate già in via di separazione no? Poi non era stato durante il tuo periodo in carcere?" dissi senza dar peso a quest’ultima parte.
"Ah già, per quella storia della quindicenne. Sai? Un po’ mi pento ora. Mentii a quei poveri genitori. Gli dissi che lei mi confessò avere ventitrè anni. In effetti mi si era solo dichiarata come Spavalda avventuriera del sesso sulla soglia della maturità interiore" disse lui.
"Dovresti evitare le minorenni che studiano Nietzsche e fanno la raccolta di figurine dei generali del Terzo Reich" dissi io.
Arrivati a Las Vegas ci dirigemmo al nostro albergo, gestito da una famiglia di nani Ucraini. Parlai a lungo con il titolare mentre Earl prendeva confidenza con la zona Bar. Mi disse di aver lavorato a lungo in un circo dove aveva un numero con delle capre degli altopiani caucasici. Gli chiesi come mai aveva smesso con la vita circense per dedicarsi agli alberghi. Mi rispose che nel suo paese la sua versione di amore per gli animali, non era poi così ben vista. Così, con quello che rimaneva della sua famiglia, si trasferì negli Stati Uniti, da sempre terra della felicità obbligatoria; ce l’hanno anche nella costituzione.
"Perché non l’Italia" gli chiesi come se fosse la cosa più ovvia "che ha fama di essere un paese molto liberale, hanno anche un Papa tedesco!" ma non ottenni risposta da parte sua. Stava infatti iniziando in Tv il suo programma preferito e lo persi di vista.
Le stanze erano molto ordinate. Per via della statura del personale, i letti erano stati sostituiti da comodi futon. Nel cassetto del comodino non c’era poi la classica Bibbia, ma un catalogo di prostitute freelance. Sulla copertina era incisa una frase di Cartesio, o Mickey Mouse, non ricordo bene "Un’altra strada per il paradiso" annotai un paio di numeri, giusto per sapere chi chiamare durante le attese alla posta.
Raccolsi Earl al bancore del bar.
"Hai visto che tette aveva quella? Da non crederci!" mi disse mentre una scorza di limone gli gocciolava tra le gengive.
"Si, la sua maglietta era talmente attillata che ho anche notato la scritta Made in Taiwan, intorno al capezzolo".
