martedì, 29 aprile 2008

SENZA TITOLO




Un Racconto che posterò a puntate sul blog.
Era nel cassetto pronto per essere consegnato, ma non c'è stato tempo per poterlo fare.
Poco male, vorrà dire che vivrà di vita propria qui, in splinder e nello spazio gemello di maispeis ;)
Buona lettura...



La serata ormai era persa, incanalata sui binari della banalità. La scema che le avevano presentato non riusciva a trovare altri argomenti se non quelli dei suoi giornali da parrucchiera.
“Ti piace leggere?” le aveva chiesto, cercando di aprire uno spiraglio di conversazione con quella donna. “Moltissimo, soprattutto romanzi rosa” squittisce lei.
Le era venuta una voglia improvvisa di vomitarle addosso. Tra i vari istinti che ha dovuto sopprimere c’è stato quello di fracassare la sua testolina contro la  parete, per scoprire quanto di quel rosa le fosse rimasto dentro. Ma erano in un locale pubblico e sarebbe stato imbarazzante. Finita la cena si liberò presto di quella nullità inventandole una scusa banale. “Ho una calza smagliata. Capiscimi, non mi piace essere in disordine” l’altra fu molto comprensiva e non aggiunse altro, si salutarono.
Ritornando a casa incrociò sul ciglio della strada due occhi lucenti. Quelli di un cane, forse abbandonato. Intenerita da quella apparizione, fermò l’auto. Aprì lo sportello ed il piccolo saltò dentro, direttamente sul sedile al suo fianco. Un muto sguardo di intensa tra di loro saldò quell'unione. Fido si acciambellò crollando in un sonno profondo, ed era anche visibilmente denutrito. Arrivati a casa lo lasciò libero di familiarizzare con il suo appartamento. Osservare quell’esserino zampettare e sporcare il pavimentato, le fece l’effetto di un tumore allo stomaco. Il giorno seguente avrebbe avuto visite, ed il disordine non le andava a genio. Gli fece subito un bagno e lo sfamò con una ciotola di avanzi. Come cuccia gli diede un vecchio plaid, ricordo di sua nonna. La madre aveva insistito molto perchè l’avesse come suo ricordo. A lei però aveva sempre fatto un po’ schifo,  perché trovarono sua nonna morta con quel plaid addosso. “Magari piace a questo bastardino, che un po’ le somiglia” pensò lei. Tornò in camera chiudendolo nel salotto, poi si addormentò.
Il mattino seguente notò che la pipì del cane aveva inzuppato un suo prezioso tappeto in salone. In quel momento le venne in mente quanto le aveva detto un suo ex, istruttore di cani : “Per inculcare l’educazione ai cani, è necessario punirli. Così associano il dolore alle azioni sbagliate che lo hanno causato, al fine di non ripeterle”. “Bella filosofia” pensò lei “Succedesse così anche per le persone”.
Prese delicatamente il bastardo per la collottola avvicinando il muso al suo piscio, sussurrandogli “No piccolo, non si fa la pipì sul tappeto” per sottolineare quella lezione gli diede un buffetto sul naso, e con un morso gli strappò un pezzo di orecchio.
La povera bestia guaiva dal dolore. Provò a morderla, ma un calcio nelle costole  lo fece svenire e desistere dall’intento. Ancora svenuto lo trascinò sul balcone legandolo alla ringhiera. Faceva decisamente freddo fuori. “Poco male” pensò lei, “la ferita si sarebbe rimarginata più rapidamente”.

Il tempo di pulire il danno fatto dal cane, poi uscì per organizzare la sua serata.

(continua...)

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domenica, 20 aprile 2008

Le suole rosse



L’ha vista uscire di casa con quelle scarpe nuove. La osserva dalla finestra della cucina.
Il rumore dei tacchi sul selciato è appena accennato, eppure riesce a distinguerlo nettamente.
“Sono molto belle” disse lui quando lei gliele mostrò la prima volta.
“Si, ma anche scomode, non credo le userò mai.” disse lei.
Erano di quelle con il tacco alto. Nere, con le suole rosse.
“No, sono oggettivamente belle ti dico” disse lui prendendone una tra le mani.
Quando lei si girò un attimo, fece come il verso di provarsele, avvicinandola al suo piede.
Intanto è arrivata sulla strada principale, con il traffico del lunedì mattina.
“Si, sono belle. Ma ti ripeto, non credo le userò. Magari in qualche occasione importante tipo, una cena o un colloquio di lavoro.” e le rimise nuovamente nella scatola, separandole con la velina color carta da zucchero.
Quelle stesse scarpe, se lo ricorda ancora molto bene, le indossava anche la donna con la quale era uscito qualche sera addietro. Le aveva tenute anche mentre facevano l’amore in quel motel sull’autostrada. Lo aveva solo sentito tornare tardi a casa. Da una cena di lavoro, gli disse lui, anche un po’ ubriaco. Quando la raggiunse a letto aveva addosso. Netto, il profumo di un'altra donna. Ma non gli chiese nulla.
“Le mie colleghe, sai come sono” disse lui quasi per scusarsi, la mattina successiva.
“Si, si” rispose lei.
Ha già raggiunto la fine della strada, ed è quasi sparita tra la gente.
Lui riusciva ancora a distinguere le suole rosse delle sue scarpe.

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giovedì, 17 aprile 2008

Regalo di Natale






Dormo, ma li sento litigare, e mancano cinque giorni a Natale. Credo abbiano iniziato più o meno un mese fa, quando ho detto a mamma che regalo avrei voluto.

“Vedrai, presto ti arriverà un regalo bellissimo” mi disse.

Un cagnolino tutto per me. Pensai subito. Il mio desiderio più grande! Ma come faceva a saperlo mamma? Non glielo avevo mica detto che mi sarebbe piaciuto tanto un cagnolino. Ma non uno piccolo, come quello della mamma di Carlo. Una volta, mi aveva raccontato Carlo, se l’erano portato al ristorante, gli era scappato e non riuscivano più a trovarlo. Io no. Io volevo un cane grande come quello dello zio. Un cane tutto nero che mi potesse difendere quando qualcuno voleva fare del male a me, a mamma e papà.

Era sempre felice mamma,  ed anche papà.

“Sarai contentissimo quando arriverà” me lo diceva quasi tutti i giorni. Uscivano spesso la sera. Con me rimaneva la signora Luisa, che si addormentava sul divano, ed io potevo vedere la televisione fino a tardi. Una volta papà e mamma rientrarono e mi trovarono sul divano a guardare Cenerentola. La signora Luisa dormiva talmente bene che la lasciammo li fino alla mattina successiva. Me lo ricordo ancora. Ci veniva da ridere,  e lo facevamo piano per non svegliarla.

Da qualche tempo però non ridiamo più insieme. Loro gridano sempre, io faccio finta di non sentirli. Però li sento. Grida papà, poi anche mamma che si mette a piangere.

Stanno litigano anche adesso.

“E’ anche colpa tua se non arriverà” urla mamma.

“Non è stata solo una mia decisione, e lo sai bene” risponde lui.

Ecco, lo sapevo, litigano per causa mia. Per il mio cane.

“Papà, mamma. Me ne occuperò io del cane, non vi preoccupate” avrei voluto dirgli per farli smettere.

“Non ci sarebbe stato posto, lo capisci?” grida più forte papà.

Forse ha ragione lui. La casa è così piccola e le pareti così sottili. Magari il cane avrebbe dato fastidio a papà, che fa il turno di notte e la mattina vuole riposare.

“Ce l’avremmo fatta lo stesso” gli risponde mamma. Lo fa perché anche a lei piace l’idea di avere un cane. Ma continuano a gridare e sbattere i pugni sul tavolo. Basta, ora mi alzo e dico la mia. Esco dal letto, fa tanto freddo, ed entro in cucina. Apro la porta. Mamma è su una sedia di formica, vicino al tavolo. Il trucco sciolto, nero come i suoi capelli, sciolti anche loro che ricadono sulle sue spalle. Tiene le mani chiuse ed unite sulle ginocchia. Ha le nocche bianche. Papà ha la testa appoggiata al frigorifero, le guance rosse. I pugni stretti nelle tasche dei pantaloni. I loro occhi adesso sono addosso a me.

“Sentite io…se è per il mio cane che state litigando. Mi posso accontentare di una scatola di costruzioni”

Mamma si prende la faccia tra le mani ed inizia a piangere, papà anche.

Avrei avuto il mio regalo per natale?

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sabato, 12 aprile 2008

ME



IO sono Me.
In quanto essenza di Me stesso.
Tutto il resto, è solo sporca convenzione.
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venerdì, 11 aprile 2008




Potessimo almeno abbracciarci, senza avere mille altri occhi che ci guardano.
Potessimo ritagliare qualche ora nell'indefinito, solo per noi.
Tu ed io, occhi negli occhi.
Farci una risata o soffocarci di baci, anche solo per uno stupido momento.
Che poi varrebbe tutto il resto dell'indefinito.
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martedì, 08 aprile 2008

Qualcosa



Avrei voluto scrivere qualcosa. Non tanto di intelligente, ma almeno di sensato.
Ma non ci sono riuscito. Mah, magari la prossima volta.
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lunedì, 07 aprile 2008

Rammarico



Lo ammetto.
Con un paio di tette, avrei potuto fare qualcosa di più.
[L.]
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mercoledì, 02 aprile 2008

Earl





Ho icontrato Earl in un occasione felice per entrambi. Il funerale della sua ex moglie, che si svolgeva nello stesso giorno di quello della mia ex amante, trattandosi della stessa persona. Una volta gettata l’ultima palata di terra umida su quella cassa da tremila dollari, Earl mi disse con gli occhi lucidi "Il miglior investimento di tutta la mia vita".
Decidemmo di proseguire i nostri festeggiamenti congiunti in un bordello di Las Vegas, a circa cinquemila chilometri dal feretro.
"Eppure era una gran donna" disse Earl, visibilmente toccato dall’evento, mentre sorseggiava il suo Manhattan comodamente seduto sulla poltrona business class dell’aereo che stava sorvolando in quel momento il deserto del Nevada.
"Già, una gran donna" mi sentì in dovere di aggiungere.
"Peccato che per causa sua siamo rimasti lontani per parecchi anni" continuai.
"Certo, ti scopavi mia moglie" disse lui serafico.
"Beh, tecnicamente eravate già in via di separazione no? Poi non era stato durante il tuo periodo in carcere?" dissi senza dar peso a quest’ultima parte.
"Ah già, per quella storia della quindicenne. Sai? Un po’ mi pento ora. Mentii a quei poveri genitori. Gli dissi che lei mi confessò avere ventitrè anni. In effetti mi si era solo dichiarata come Spavalda avventuriera del sesso sulla soglia della maturità interiore" disse lui.
"Dovresti evitare le minorenni che studiano Nietzsche e fanno la raccolta di figurine dei generali del Terzo Reich" dissi io.
Arrivati a Las Vegas ci dirigemmo al nostro albergo, gestito da una famiglia di nani Ucraini. Parlai a lungo con il titolare mentre Earl prendeva confidenza con la zona Bar. Mi disse di aver lavorato a lungo in un circo dove aveva un numero con delle capre degli altopiani caucasici. Gli chiesi come mai aveva smesso con la vita circense per dedicarsi agli alberghi. Mi rispose che nel suo paese la sua versione di amore per gli animali, non era poi così ben vista. Così, con quello che rimaneva della sua famiglia, si trasferì negli Stati Uniti, da sempre terra della felicità obbligatoria; ce l’hanno anche nella costituzione.
"Perché non l’Italia" gli chiesi come se fosse la cosa più ovvia "che ha fama di essere un paese molto liberale, hanno anche un Papa tedesco!" ma non ottenni risposta da parte sua. Stava infatti iniziando in Tv il suo programma preferito e lo persi di vista.
Le stanze erano molto ordinate. Per via della statura del personale, i letti erano stati sostituiti da comodi futon. Nel cassetto del comodino non c’era poi la classica Bibbia, ma un catalogo di prostitute freelance. Sulla copertina era incisa una frase di Cartesio, o Mickey Mouse, non ricordo bene "Un’altra strada per il paradiso" annotai un paio di numeri, giusto per sapere chi chiamare durante le attese alla posta.
Raccolsi Earl al bancore del bar.
"Hai visto che tette aveva quella? Da non crederci!" mi disse mentre una scorza di limone gli gocciolava tra le gengive.
"Si, la sua maglietta era talmente attillata che ho anche notato la scritta Made in Taiwan, intorno al capezzolo".

Arrivammo al bordello di cui Earl era fiero socio sostenitore. Come tale gli spettava un’accoglienza degna dell’executive club American Express, con l’unica differenza che qui i camerieri non si aspettavano la mancia. La titolare era una tipetta dall’aria di chi la sapeva lunga, insomma che ne aveva viste tante. Ok, basta frasi a doppio senso. Quindi venimmo dentro.
Earl, da sempre colpito dal fascino dell’esotico scelse per iniziare un trittico d’oriente: Cinese, Indiana e Vietnamita. A suo dire tutte ventitreenni.

"Earl, hanno l’aria di essere molto giovani quelle ragazze" gli feci notare.
"Forse, ma voglio immolarmi per farci perdonare secoli di soprusi che queste popolazioni hanno dovuto subire da noi occidentali : la colonizzazione indiana subita dagli inglesi, i pessimi rapporti cinesi con la chiesa d’occidente e la rovinosa guerra nel Vietnam".
Poi sparì nei piani alti. E’ sempre stato molto altruista. Io mi accomodai nella stanza a fianco. Gli urletti compiaciuti delle sue accompagnatrici mi lasciarono intuire che stava riuscendo nel suo compito. Forse grazie all’estro sessuale di quell’uomo ci sarebbe stato un nuovo corso nei rapporti con le repubbliche asiatiche. Ero fiero di essere suo amico.
Cullato da quei gemiti emessi in armonica sintonia, caddi in un sonno profondo popolato da strani sogni premonitori. Vidi orde di pinguini baltici correre i cento metri battendo a più riprese il record su pista. L’attuale classe dirigente presiedere sedute in parlamento indossando perizomi ed orecchie da topolino, applaudendo ogni intervento con lingue di menelik.
Mi svegliarono di soprassalto le urla provenienti dalla stanza di Earl. Corsi in preda al panico, trovandolo riverso, con la faccia completamente immersa nel cuscino. Decisamente morto. Per ironia della sorte, aveva conficcate nel sedere le bandierine dei tre stati sovrani : India, Cina e Vietnam.
Me lo dovevo aspettare, non era mai stato un buon oratore. Mi rammaricai molto per questo nuovo arresto su una possibile apertura diplomatica tra oriente ed occidente.
Il riconoscimento ufficiale della salma fu effettuato seduta stante in quanto si trovavano nello stesso stabile, il capo della polizia ed il Governatore della contea. Rispettivamente in perizoma e guepiere amaranto.
Tornai in albergo portando con me le bandierine come souvenir. In qualità di socio Earl aveva diritto ad una sepoltura officiata da Elvis Presley in persona, o almeno così ci ha assicurato essere.
Il primo volo utile per il ritorno era l’indomani mattina. Attesi il momento della partenza in compagnia della barista dalle tette Taiwanesi. Mentre sorseggiavo il mio drink, ho pensato ad Earl, ed alla felicità di potersi così ricongiungere alla sua tanto amata ex moglie.
Chissà se lei gli rinfaccerà di non essersi fatto cremare.


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martedì, 01 aprile 2008

Chi potrà vederci?

Non lo so, se la possiamo chiamare poesia o prosa. Diciamo Proesia e la salviamo :D
Sappiate che l'ho scritto mentre ero fermo in una stazione di servizio, alle 2 di notte.




Baciamoci.
Tanto chi potrà vederci?
Facciamolo, o non facciamolo, tanto sarà lo stesso.
Chi potrà vederci.
Labbra contro labbra, fiore a fiore.
Baciamoci, chi potrà vederci?
Loro cosa ne sanno di noi.
[...]

Continua sul maispeis non famoso
postato da xabaras15 alle ore 02:24 | Permalink | commenti (2) / commenti (2) (pop-up)
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