domenica, 11 maggio 2008

LE AMICHE - PARTE TRE




Dopo un piccolo intervallo "pseudopulp" torna la nostra amica, che avevamo lasciato qualche giorno fa, mentre usciva dal bosco. Non vi resta che seguirla per scoprire le sue prossime mosse.



Camminava tra le foglie con un sorriso compiaciuto stampato in viso. Mettere li quel ragazzino è stata un ottima idea. L’aveva pescato ad un semaforo che voleva venderle dei fazzoletti di carta per un euro.
“Te ne do cento se mi accompagni a fare un giro. Poi ti riporto qua” gli disse con voce candida. Sulle prime il ragazzino era stato un po’ diffidente, ma allettato dall’offerta dei soldi salì in macchina con lei. Poverino, non gli aveva spiegato quanto lungo sarebbe stato il giro che gli aveva proposto. Lei voleva un bambino, e se lo era procurato, tutto qui. Ora però doveva correre, tra poco sarebbe iniziato il suo turno in cassa al supermercato e non voleva storie con il capo reparto. Al pomeriggio le capitava spesso di condividere il turno con Grazia. Una ragazza del tutto anonima, che ha consumato gli ultimi quattro dei suoi ventotto anni dietro la cassa di quel supermercato.  Era bassottina e grassottella, a tutto poteva far pensare tranne che avere con lei una relazione. In effetti era così, con lei c’era nessuna relazione, era diventata il suo personale trastullo erotico. Se la scopava nei periodi di magra. Ultimamente però a Grazia erano venute strane idee in mente. Insisteva per presentarla a certi suoi amici che organizzavano feste private in alcune ville intorno al paese.
La cosa l’aveva molto disturbata. Il fatto che una donna insignificante come Grazia l’avesse potuta coinvolgere in quel giro contro la sua volontà, la rendeva molto nervosa.

“Ciao” le dice Grazia sedendosi nella cassa di fronte alla sua.

“Ciao” risponde freddamente.

“Ci vediamo stasera?” le chiede con un aria schifosamente lasciva.

“Certo. Ma ne parliamo a fine turno” risponde sempre con molto distacco.

Per la serata aveva altri progetti, ma prima aveva bisogno di chiarire con lei quella faccenda. Durante il pomeriggio Grazia le lanciava occhiate d’intesa e sguardi allusivi. Lo stomaco le si contorceva, ma dalle sue espressioni non  traspariva nulla. Le rispondeva con dei sorrisini, i più scemi che sapeva fare.
La sera si incontrarono negli spogliatoi. Grazia lei si avvicinava carica di speranza.

“Facciamolo qui. Prendimi come fai quando siamo da me” parlava e la toccava sperando in una sua reazione. A lei faceva solo schifo e pena adesso.

“No, non qui, andiamo da me” le disse.

Il volto di Grazia si illuminò come se avesse ricevuto una benedizione dalla Madonna in persona.

“Oh, quale onore. Non avrei mai pensato che mi avessi portato a casa tua.”

“Infatti, ma questa è una serata speciale” le disse passandole una mano dietro al collo. Per un attimo, ha avuto voglia di spezzarglielo. Immediatamente.

Salirono in macchina, e si diresse verso il lago.

“Faccio un giro più lungo, ti dispiace?” le disse.

“Affatto” rispose Grazia, toccandole le cosce con le mani che ancora le puzzavano di cipolla. Era una donna sporca, e questa cosa le dava molto fastidio.

Come mossa da un riflesso condizionato, fermò l’auto.

“Ci fermiamo un attimo qui? Ti va se facciamo due passi prima?” chiese sorridendole in modo ancora più cretino, se mai fosse possibile.

Scendono dall’auto. Le mani di Grazia che scivolano addosso ai suoi vestiti la fanno innervosire.

“Scusa non mi toccare” le dice al limite della cortesia.

“Oh, non credevo ti desse così fastidio” si ritrasse Grazia.

Stava per farle saltare completamente i nervi quella donnetta, così disgustosamente lasciva e gentile. Con quella sua puzza di cipolla, le mani goffe e tozze i capelli sempre ricci ed unti e quello sguardo smarrito. Come quello del cane ferito e legato sul balcone, o del bambino nella capanna. Tutti sconfitti, tutti arresi.

“Non volevo essere sgarbata, scusami. E’ che sono un po’ nervosa” era vero “magari ti accompagno a casa e ci vediamo un'altra volta.” Adesso voleva levarsela di torno prima possibile.

“No dai, perdonami, restiamo ancora un po’. Poi andiamo da te.” piagnucolano Grazia, le si aggrappa al vestito. Tira verso il basso e, in punta di piedi, le si protende per un bacio. Le sue mani addosso stavano diventando insopportabili. Uno rapido scatto della testa e, con un colpo ben assestato della fronte le rompe il naso. Grazia cade immediatamente. Finalmente quelle sporche mani non le stavano più addosso. Ora è per terra, si copre la faccia e, le sue lacrime si mischiano al sangue e alla polvere.

La guardava rotolarsi contorcendosi dal dolore.

- Forse le verrà un infezione. -  Pensò.

“Scusami, che sbadata sono. Proprio non volevo” le dice, cantinelando, per prenderla in giro.

“Mi hai rottoli naso, ti sei impazzita?” urlava adesso Grazia. Le sue grida la facevano innervosire, e star male.

“La vuoi smettere di gridare? Falla finita!” Sentiva l’adrenalina entrarle in circolo, ed una strana frenesia impossessarsi di lei. Si guardò intorno per cercare qualcosa di grosso e pesante che potesse fare al caso suo. Prese un sasso e con un colpo preciso le sfondò la fronte. Grazia smise di gridare. Subito. Ora poteva ragionare meglio. Non c’era panico nella sua mente, ma tranquillità ed una grande sensazione di pace. Subito realizzò dove poter portare la sua amica. La caricò in macchina dirigendosi verso il bosco. Stava tornando dal suo bambino che di certo non si aspettava quella visita serale. Parcheggiò come al solito alla fine del sentiero che si inoltrava nella fitta vegetazione. Con Grazia sulle spalle avanzava a passi lenti e pensanti tra le piante ed il buio. La luna illuminava il sentiero con la sua luce lattea. Arrivò al rifugio. Il peso che le gravava sulle spalle ad ogni suo passo faceva scricchiolare le assi del pavimento, ma non cedeva alla fatica.

“Piccolo mio! Scusami per questa mattina. Per farmi perdonare ti ho portato la cena, e i soldi che ti avevo promesso. Ottanta chili di carne fresca, spero ti possano bastare. Buon appetito!” fece rotolare dalle spalle Grazia, che si schiantò sul pavimento ancora con il sasso piantato in testa. Si chinò su di lei sussurrandole all’orecchio

“Fai ancora più schifo da morta sai? Per quelle come te, non c’è proprio speranza di migliorare.”e le ficca cento euro in bocca.
Poi di nuovo, urlando al buio “Bambino mio, mi raccomando, fai tutta la pappa così la mamma è contenta”. Uscendo dalla capanna pensò se la fame del piccolo sarebbe stata più forte del suo digiuno. Fece pochi passi allontanandosi da li. Il grido di orrore del ragazzo inondò la notte. Lei si fermò solo un attimo, come per farsi penetrare da quella sensazione di vittoria che iniziava a piacerle sempre di più. Realizzò che stava facendo tardi all’appuntamento della serata. Allungò il passo per arrivare alla macchina e tornare a casa.

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mercoledì, 07 maggio 2008

Davide aveva la fica in testa





Davide aveva la fica in testa. Non solo perché fosse il suo pensiero più ricorrente, ma perché era l’unico uomo sulla terra che poteva vantare una vagina sulla propria testa.

Proprio li, in mezzo ai suoi folti capelli, sulla punta del cranio, la pelle si faceva morbida, bagnata e scivolosa. Le ossa si aprivano per formare una vagina in tutto e per tutto.

Effettivamente le donne, “le fiche” come le chiamava, avevano sempre avuto un grande ascendente su di lui. Davide non riusciva a farne a meno, era qualcosa più forte di qualsiasi droga.

Riusciva a condurre anche una vita normale : lavoro, palestra hobbies. Ma appena una donna gli capitava a tiro, lui faceva di tutto per poterla conquistare.

“Do you speak english?”

“Habla espanol?”

Il più delle volte riusciva anche a rimorchiarle, e qualcuna se la scopava pure.

Poi scoprì di avere quel “dono” sulla testa, un giorno mentre era a casa dal lavoro.

Se ne stava seduto in cucina, davanti alla finestra che si affaccia sul corso principale della città. Era un giorno d’estate. Dall’alto Davide aveva la completa visione di un infinità di seni che, liberi dalle costrizioni degli abiti invernali, ballonzolavano ad ogni passo delle legittime proprietarie.

Certo, per strada c’erano anche animali, fattorini, uomini, vecchi con carrozzine ed agenti di commercio. Ma i suoi occhi riuscivano a vedere solo quelle tette saltellanti.

Se ne stava li, con la testa appoggiata al palmo della sua mano, e le dita a grattarsi tra i capelli.

“Guarda che tette quella!”

“Dio, che culo quell’altra!”

“Uhmmm, potessi mettere le mani addosso a quella morona li!!”

Le guardava una per una, e sognava di andare a letto con ognuna, anche tutte insieme, se mai fosse stato possibile. Pensava a quelle donne ed intanto si grattava tra i capelli. La sua testa iniziò a reagire. I capelli al centro della testa si accorciarono arricciandosi diventando peli pubici. Si formarono prima le grandi, poi le piccole labbra, poi il clitoride e tutto il resto.

Davide affondò improvvisamente le dita nella fica che gli si era appena aperta in testa, e gli piaceva.

Si stava sditalinando il cervello, una cosa che con le donne non gli era mai riuscita. Quello che era ancor più buffo era che adesso gli stava venendo anche un erezione. Per come si erano messe le cose, non sapeva se doveva dare retta a alla novità che aveva in testa oppure il solito gioco che si ritrovava tra le gambe.

“Peccato non avere una lingua abbastanza lunga, o un pisello sovradimensionato per potermi divertire di più” pensò lui.

Trovava molto divertente avere quella cosa in testa. Gli piaceva curarla, tenerla sempre in ordine. Si era perfino rasato tutti i capelli, eccezion fatta per una leggera peluria attorno a quelle labbra. Iniziò a portare dei cappelli tutto l’anno per tenerla sempre al caldo e pulita.

Aveva anche iniziato a guardare le altre donne con un pizzico di interesse in meno.

“Cos’hanno loro che anche io non ho?” si diceva.

Passava sempre più tempo a casa, con la sua fica. Non rispondeva più alle telefonate, non usciva con gli amici, non cercava più di abbordare le ragazze per strada. Non si menava nemmeno il suo pisello, anzi, iniziava anche a dargli fastidio toccarselo. Ad un certo punto sentiva addirittura sgradevole quell’ingombro tra le gambe.

La sua fica invece, era in cima ai suoi pensieri, a tutte le sue attenzioni. La trovava sempre bagnata, calda ed accogliente.

Era bella, nuova, di un rosa carne così delicato.

“Mi ricorda quella dell’americana che mi sono scopato questa estate” pensò lui.

Davide iniziò ad indossare pantaloni e mutande sempre più stretti, per mortificare quella cosa pendula ed inutile tra le sue cosce. Ormai non ricordava nemmeno più quando aveva avuto la sua ultima erezione, roba di settimane, forse mesi. Era giunto ad una conclusione, il suo pisello non gli serviva più. Non gli serviva più nemmeno tutta quella fatica che faceva per correre dietro alle donne. Per divertirsi gli bastava togliere il cappello ed infilarsi due dita in testa. Il piacere arrivava immediato ed in tutto il corpo.

Una sera, mentre era steso sul divano con una mano in testa sentì una voce provenirgli da dentro.

“Taglialo”

Si guardò in giro, ma non c’era nessuno in quella stanza, eccetto lui.

“Taglialo”

Di nuovo, quella voce. La sentiva nettamente, ma non aveva nessuno vicino a lui.

“Taglialo ti basto solo io adesso”

Era la fica che gli parlava dentro la sua testa.

“Non voglio dividerti con quel coso pendulo laggiù. Taglialo e buttalo via”

Si sentiva dominato da quella cosa che gli era nata tra le ossa smosse del cranio. Davide scende dal divano, tenendosi sempre due dita ben ficcate dentro quella fessura.

Entra in cucina dirigendosi al ceppo dei coltelli. Tra tutti scelse quello per la carne.

Una lama piccola ma ben affilata. Poggia il coltello sul piano in marmo ed abbassa con un unica mossa pantaloni e slip. Toglie le dita dalla fessura bagnata. Con una mano si tiene il pendaglio e con l’altra afferra il coltello con il quale dà un taglio netto al suo basso ventre.

Trovarono Davide dopo qualche giorno. Era in cucina, disteso in terra, dissanguato come un vitello.

I genitali stretti in pugno conficcati dentro la sua testa per un ultimo interminabile orgasmo.


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venerdì, 02 maggio 2008

Nel Bosco - Parte due



"Senza Titolo" strano titolo per un racconto, continua e ci porta in un bosco.
Se vi interessa scoprire cosa si nasconde li, non vi resta che mettervi delle scarpe adatte ed addentrarvi.


Quella sera avrebbe incontrato Mafalda. Una ragazza conosciuta in chat durante i suoi giri notturni in rete. L’aveva trovata subito interessante, non scontata come le altre Bi che aveva provato a frequentare. Tutte troppo piene di se, ma vuote di argomenti. Il suo  turno di lavoro sarebbe iniziato nel pomeriggio. Aveva la mattina a disposizione per andare a far visita al suo bambino. Parcheggiò ai margini del bosco per poi incamminarsi sul lungo sentiero ed inoltrasi tra le piante. Le piaceva camminare tra le foglie, la facevano sentire viva. La natura era ancora assopita, da li a poco sarebbe arrivata la primavera, una stagione che la lasciava totalmente indifferente.
La capanna era ben mimetizzata, da lontano era impossibile distinguerne la sagoma dal resto della vegetazione. Avvicinandosi si compiaceva del lavoro fatto, e di tutte le giornate spese a rendere quel posto più che perfetto. Fece scattare la serratura dell’ingresso.
“Dove sei? sei ancora li?”
Non riceveva risposta. La stanza era buia, le imposte chiuse ed i vetri colorati di nero rendevano totale l’assenza di luce. Entrò nella capanna, all’improvviso sentì qualcosa colpirla sulla schiena. Il suo bambino si stava facendo sentire. Si trovò in un attimo per terra, con la schiena che le bruciava e la bocca impastata di saliva e polvere. D’un tratto sentì un feroce senso di violenta ma calma distruzione montargli dalle viscere.
“Si accoglie così la mamma?”  urlò nel buio.
“Fammi uscire! Lasciami andare. Ma che cazzo vuoi? Chi cazzo sei?”
la risposta arrivò da un angolo non preciso della stanza. Raccolse un asse di legno, una di quelle che le erano avanzate dai lavori dei mesi precedenti.
In quel silenzio ovattato, riusciva a sentire il suo respiro e il respiro piccolo del bambino. La sua collera ed una grande paura che aleggiava nell’aria. Tirò un fendente al buio. Il rantolo ed il tonfo che ne seguirono furono una risposta più che esauriente. Aprì la finestra e vide il bambino riverso sul pavimento. Un rivolo di sangue gli colorava la fronte.
“No piccolo cattivello, non si fa” gli disse soavemente chinandosi su di lui. Per sottolineare quella lezione, gli afferrò  il mignolo destro ripiegandoglielo sul dorso della sua stessa mano.
“Funzionasse così anche per le persone” disse. Non riuscì nemmeno a sentire la sua stessa voce, coperta dalle urla del bambino e dal rumore delle piccole ossa della mano che si rompevano. Decise allora di non lasciargli li nemmeno il cibo per la sera. Sarebbe passata il giorno successivo, o quello dopo. Uscì dopo essersi assicurata di aver chiuso bene porta e finestra, poi si allontanò.
“Bastarda, dove vai. Fammi uscire di qui!”
Lo sentiva gridare e piangere ma sempre più lontano. Fino a quando la sua voce non divenne una macchia nascosta in mezzo ai rumori del bosco.


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giovedì, 01 maggio 2008

Spiccioli di filosofia



Conosco un altro modo per incontrare il Signore.
Guidare contromano.
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